martedì 9 febbraio 2010

NERAINTERVISTA - Patrizia Debicke e i misteri del Cinquecento


Patrizia Vanni Debicke van der Noot è un’autrice italo- lussemburghese. Nel 1999, complice una sosta forzata a causa di un problema di salute, scrive il suo romanzo d’esordio, pubblicato nel 2003 da Lampi di Stampa, Una foto venuta dal passato, uscito anche in versione francese nel 2005. Seguono poi Ritratti di matrimonio- La saga dei Corgyll (2004), Il dipinto incompiuto (2005), La tigre di Giada (2006), e nel 2007 Una seconda vita.
Nel 2007 pubblica con la Corbaccio editore L’oro dei Medici. Nel 2008 esce il romanzo storico La gemma del cardinale, sempre ambientato a Firenze alla corte dei Medici.
Patrizia Debicke si divide tra l’Italia, il suo paese natale, e il Granducato del Lussemburgo, sua terra d’adozione.
Ha gentilmente accettato di rispondere alle mie domande in questa
neraintervista:

1. Lei è autrice di due romanzi storici di ambientazione cinquecentesca: "L'oro dei Medici" e "La gemma del cardinale". Perché i Medici e perché il Cinquecento?
Perché si è parlato e scritto molto dei Medici, soprattutto dei Medici nel 1400, dell’acume, della potenza, dell’ascesa della famiglia e della rinascimentale grandezza di Lorenzo il Magnifico.
Ma i suoi successori non furono da meno. Anzi è proprio con Cosimo I, padre del mio protagonista
Don Giovanni de Medici, che la casata tocca il massimo splendore e s’impone. Con il suo peso economico inserisce la Toscana tra i grandi stati europei.

2. Il protagonista dei romanzi storici è don Giovanni de' Medici, figlio naturale del granduca Cosimo I. Perché ha scelto di recuperare dall'oblio storico questa figura?
Perché lo meritava. È una figura importante nel contesto storico dell’epoca.
Anche
Brendan Dooley, il grande professore e storico americano che per anni ha guidato il Medici Archive Project, considera Don Giovanni de Medici un personaggio fondamentale per la famiglia. Ingegnere, poliglotta, architetto, generale, diplomatico e un “connaisseur” come lo chiamavano i suoi contemporanei per definire la sua straordinaria competenza artistica e musicale.
E servirmi dell’ultimogenito del Granduca Cosimo figlio di
Eleonora degli Albizzi, legittimato dal padre e cresciuto quasi come un figlio dai fratellastri Francesco I e Ferdinando I, ha consentito una più ampia libertà di manovra. Pur nel rispetto della realtà storica, ho regalato a Don Giovanni de Medici scontri, avventure, intrighi, amori.

3. Quale personaggio femminile, anche tra i suoi romanzi non di genere storico, ha amato di più e perché?
È una bella domanda. Ho sempre protagonisti maschili, ma amo e curo molto i personaggi femminili che ritengo molto importanti ai fini delle mie storie.
Quindi difficile dire ma, dovendone scegliere uno, propongo Lady Brume de L’oro dei Medici. Aubrey Brume la bella inglese dai capelli rossi con la sua sconvolgente carica di femminilità e la sua disinvolta, serena e “morale” amoralità.

4. C'è un luogo, uno stato d'animo o un momento della giornata che si concilia particolarmente con la scrittura?
Sono una scrittrice metodica. Quando metto a fuoco un progetto, butto giù pochi appunti, una traccia: personaggi, comprimari, luoghi, tempi, situazioni, un intreccio logico.
Quando parto, lavoro di solito per circa otto ore al giorno.
Non necessariamente la mattina e posso scrivere dappertutto, ma il luogo ideale è
Clervaux in Lussemburgo. Nel mio studio nella mansarda, grande, tranquillo e che vede il giardino.

5. Ci può dare qualche anticipazione sul suo lavoro "L'uomo dagli occhi glauchi" di prossima pubblicazione?
Ancora un thriller storico, ma stavolta il personaggio principale non è un Medici ma… un giovane inglese. Lascio la Firenze Medicea per approdare a Londra, a Venezia, e a Roma… La Roma papale governata da Paolo III. L’Inghilterra di Enrico VIII, con i figli Edward ed Elisabetta poco più che bambini…
Il mio protagonista è sceso direttamente da un ritratto di Tiziano che si trova a Firenze alla Galleria Palatina…

Grazie di cuore a Patrizia Debicke Va der Noot! Ecco la sinossi dell'ultimo romanzo, L'uomo dagli occhi glauchi, che sarà in liberia dal 04 marzo 2010:


L’uomo dagli occhi glauchi o Ritratto di giovane inglese è una splendida tela di Tiziano, dipinta intorno alla metà del Cinquecento. Ritrae un giovane biondo, bello, sicuro di sé, senz’altro aristocratico. Ma chi sia veramente, nessuno lo sa. Patrizia Debicke, abituale frequentatrice del nostro Rinascimento, ha costruito una storia appassionante attorno a questa figura misteriosa, che sembra identificare nel giovane Lord Templeton, figlioccio del potente duca di Norfolk. Inviato in Italia per conto di quest’ultimo. Templeton rimane folgorato dal pittore veneziano al punto di chiedere di fargli un ritratto. Ma il ritratto è anche un pretesto per coprire il vero scopo del suo viaggio, che è quello di proteggere un’eminente personalità inglese, protagonista di spicco del Concilio di Trento, la cui vita é messa in pericolo da una macchinazione ordita alla corte dell’anziano Enrico VIII nel momento di massima tensione fra cattolici e protestanti.
Fra duelli e veleni, in una Venezia insidiosa e mascherata e in una Roma corrotta e devastata dalla piena del Tevere, Lord Templeton cercherà di portare a termine la sua missione, senza tuttavia rinunciare ai piaceri dell’amore e dell’amicizia…



venerdì 5 febbraio 2010

Segnalazione - Recensione de "L'arcano della Papessa" su "Il Giornale"

Con vivo piacere segnalo agli amici del sito la recensione de "L'arcano della Papessa" apparsa su "Il Giornale.it"
Ecco le prime righe:
Intrighi e passione alla corte dei Borgia
14 dicembre 1499. La Roma pontificia, che avrebbe di lì a poco scandalizzato Lutero, si dipana tra giochi di potere, lussuria, violenza e intrighi. A tratteggiarne un impietoso ritratto è Luca Filippi che, nel noir L’arcano della Papessa (Leone Editore), ricostruisce il delicato e chiacchieratissimo rapporto tra papa Alessandro VI Borgia e Giulia Farnese.
Per chi volesse continuare a leggere, basta cliccare qui.

lunedì 1 febbraio 2010

NERAINTERVISTA - Michael Ennis e i torbidi intrighi alla corte degli Sforza


Michael Ennis è autore di best-sellers internazionali come “La duchessa di Milano” e “Bysantium”. Ha studiato Storia all'Università di Berkeley in California. E' borsista presso la Fondazione John D. Rockefeller III. La sua produzione saggistica spazia dalla strategia militare e politica nazionale all'arte e all'architettura. E' stato insignito di numerosi riconoscimenti ed è stato citato da celebri critici come Frank Rich (New York Times) e David Brother (Washington Post). I suoi saggi sono stati pubblicati su Esquire e Architectural Digest.

Michael è stato così gentile da rispondere alle nostre domande sul suo romanzo “La duchessa di Milano” e sulle sue “fatiche letterarie” passate e future.

1. Il tuo romanzo storico “La duchessa di Milano” è una ricostruzione di un momento cruciale per l’Italia. Perché hai scelto quel preciso momento storico, e perché Milano e la corte degli Sforza?
Nel 1492, anno in cui ha inizio “La duchessa di Milano”, Milano rappresenta la più prosperosa e progredita città-stato del mondo, con Leonardo da Vinci che operava sotto lo scaltro e talentuoso reggente “de facto”, Ludovico il Moro, che sembrava destinato a divenire il più potente uomo in Europa – colui che forse avrebbe guidato tutta l’Europa verso l’Età Moderna. Non più di dieci anni dopo Milano è occupata dai francesi, l’eredità degli Sforza è in rovina, e tutta l’Italia ha iniziato quel secolare declino in potere ed influenza. E’ un punto di svolta nella storia europea e diviene ancor più affascinante quando si esamini le relazioni personali e il dramma familiare dei personaggi coinvolti negli eventi.

2. Quanto hai impiegato per la preparazione del libro e per la raccolta dei testi storici da consultare?
Ho fatto due anni di ricerche, di cui una parte in Italia, e un anno di scrittura. Ma io avevo già pubblicato un romanzo storico (“Bysantium”, - non ancora pubblicato in italiano n.d.r .-) e avevo approfonditamente studiato sia la storia dell’Europa (ho una laurea in storia all’Università di Berkely, California) che la cultura del Rinascimento, così avevo delle basi derivanti dal mio precedente lavoro e studio. Altrimenti avrei impiegato molto di più. Il romanzo storico è un genere letterario molto impegnativo.

3. Ne “La duchessa di Milano” ci sono molte pagine “noir” sulla violenza e gli eccessi nelle corti rinascimentali. Qual è la connessione tra “noir” e “storia”in questo romanzo?
Quello che affascina sul Rinascimento in Italia è che esisteva una gran quantità di “famiglie reali” come lo erano i Tudor in Inghilterra. C’erano gli Sforza a Milano, gli Este a Ferrara, i Medici a Firenze, i Borgia a Roma. Ogni famiglia deteneva una quota relativamente grande di potere in un apparato statale abbastanza piccolo, con la conseguenza che quel tanto di violenza, castighi ed esecuzioni che nell’Inghilterra dei Tudor era delegato ai tribunali e ai funzionari statali, veniva invece mantenuto all’interno della “famiglia” nell’Italia rinascimentale. La lussuria, che rapidamente portava all’eccesso, era essenziale alla manifestazione del potere delle famiglie italiane regnanti; la violenza spietata era necessaria per preservare il potere. Pertanto le corti italiane erano un commistione unica di sofisticata opulenza e repentina brutalità.

4. Isabella d’Aragona e Beatrice d’Este: due donne al centro di intrighi politici. Perché hai scelto questo due protagonisti e che cosa rappresentano per te?
Era davvero difficile ignorare che la relazione fra queste due donne molto giovani, una adolescente e l’altra appena uscita dalla fanciullezza, fu al centro di questo cambiamento epico nell’equilibrio del potere in Europa. E le loro storie personali divennero tanto tragiche quanto il fato dell’Italia. Sono rimasto molto affascinato da queste due figure, con la loro enorme forza e le loro fatali imperfezioni, che rapidamente divennero l’epicentro dell’intera storia d’Italia nel XV secolo. Nella maggior parte delle narrazioni Isabella e Beatrice sono ai margini, ma io penso che non si può raccontare tutta la storia senza di loro.

5. Puoi dirci qualcosa del tuo primo romanzo “Bysantium” e sul tuo prossimo libro in uscita negli Stati Uniti “The most beautiful reception” (letteralmente: l’inganno più bello, n.d.r.)?
Bysantium è la vera storia di Haraldr Sigurdarson, un re della Norvegia dell’XI secolo, che fu esiliato e fece un pericoloso viaggio alla corte dell’imperatore bizantino a Costantinopoli. Dopo una serie di avventure epiche, Haraldr divenne il capitano della Guardia Variaga dell’imperatore di Bisanzio, un corpo personale di guerrieri scandinavi che ebbe un ruolo di primo piano negli intrighi politici dell’imperatore. “Bisantium” è una storia appassionante, oltremodo epica, e la cosa più sorprendente è che tutto è basato su fatti veri.

“The most beautiful deception”, non ancora pubblicato, è anch’esso basato interamente su eventi e personaggi storici. E’ ambientato alla corte di Cesare Borgia a Imola e Cesena nel 1502, epoca in cui sia Leonardo da Vinci che Niccolò Machiavelli erano presenti, e venne ordito un intrigo mortale noto come “l’inganno più bello”, che dette poi ispirazione a Machiavelli per "Il Principe". Ma con questa storia si intreccia una serie di omicidi perpetrati da quello che oggi chiameremmo uno “psicopatico” e “serial killer”. Machiavelli, il primo osservatore scientifico della natura umana, che realmente conobbe questa figura storica, si comporta come un moderno “criminal profiler” dato che cerca di comprendere e smascherare uno spietato massacratore. Alla fine, quello che Machiavelli (coadiuvato da Leonardo) scopre, e come egli decide di trattare il terribile segreto dell’assassino, ha enormi conseguenze per “Il Principe” e la nostra storia.

6. Che cosa rappresenta l’Italia per Michael Ennis? C’è qualche autore italiano che ami particolarmente?
Penso che noi americani abbiamo una particolare affinità per l’Italia perché così tanto nella nostra nazione è stato mutuato dalla vostra. Il nostro sistema politico si ispira alla Repubblica dell'antica Roma, e la nostra cultura ha le sue profonde radici nell’umanesimo e nell’empirismo scientifico del Rinascimento italiano. D’altra parte, il fatto che noi abbiamo poca storia nei nostri vasti territori, mentre l’Italia è così densamente popolata con un passato quasi ancora vivo, rende l’Italia ancora più affascinante ai nostri occhi. Quindi mi sento tipicamente americano nel mio grande entusiasmo per l’Italia, sebbene io abbia preceduto la folla, visto che la mia prima visita risale al 1972.
Riguardo al mio autore italiano preferito, come può un qualunque scrittore di romanzi storici non provare riverenziale soggezione per il grande Umberto Eco? Chiunque si cimenti con questo genere letterario è in debito con “Il Nome della Rosa”.

Un ringraziamento a Michael Ennis per la disponibilità dimostrata.
Grazie di cuore a mio fratello Angelo per avermi aiutato nella compilazione dell'intervista!

martedì 26 gennaio 2010

La Profezia dei Romanov, Steve Berry e il mistero di Anna Anderson



Ekaterinburg, Russia: 16 luglio 1918. La zarina Alessandra, l'imperatrice di tutte le Russie, implora il vecchio monaco. Il principe ereditario Alexei, lo zarevic, è vittima di una delle sue crisi di emofilia. Solo lui, il vecchio Rasputin, sembra essere in grado di attenuare la sofferenza del bambino. Ed è proprio Rasputin che, colto da un raptus, predice la fine della dinastia che da più di tre secoli governa il grande impero russo. Ma il Santone prevede anche che il sangue dei Romanov non si estinguerà e i discendenti riusciranno a ritornare sul trono.
Mosca, oggi. La situazione politica in Russia è instabile. Il popolo si è espresso chiaramente. Vuole il ripristino della monarchia. Viene istituita una commissione per designare il nuovo zar. Verrà scelto, tra i discendenti dei Romanov, colui che è più prossimo a Nicola II.
Questo è lo scenario del romanzo “La Profezia dei Romanov” (Editrice Nord, trad. Verri B.) di Steve Berry, avvocato statunitense divenuto scrittore di fama internazionale. Il racconto segue le vicende di Miles Lord, avvocato americano, chiamato a far parte della commissione come esperto di cultura russa. Avvicinato da un professore che lo mette a parte di alcune sensazionali scoperte sulle vicende della famiglia imperiale russa, Miles intraprende un tortuoso percorso per ritrovare le tracce dei discendenti di Nicola II. Dovrà vedersela con gli sgherri di Stefan Baklanov, il candidato più papabile, che si vede minacciato dall'eventuale presenza di discendenti diretti dell'ultimo zar.
Il romanzo è, come tutti i libri di Berry, ben congegnato e ben scritto, con una solida base storica. Il ritmo è avvincente e il lettore viene trasportato attraverso un viaggio nel tempo e nei luoghi di una Russia immensa e affascinante.
Il nucleo della narrazione poggia su un dato storico. Il 16 luglio del 1918, ad Ekaterinburg, la famiglia imperiale fu brutalmente assassinata. Sebbene dopo la strage fosse stato inviato un telegramma che assicurava lo sterminio dei Romanov, ben presto si diffusero voci sulla possibile sopravvivenza di alcuni membri della famiglia imperiale alla strage.
(foto della famiglia imperiale russa al completo nel 1913)

Nel 1920 una certa Anna Anderson sostenne di essere Anastasia Romanov, scampata alla furia dell'esercito bolscevico. Fu internata per 18 mesi in un manicomio. Intraprese un'azione legale per dimostrare di essere la granduchessa. In effetti, Anna e Anastasia avevano lo stesso colore di capelli e di occhi, e perfino la stessa deformazione del piede. Ma il tribunale decise che non esistevano sufficienti elementi per stabilire che la Anderson fosse la figlia di Nicola II.
Nel 1991 fu permesso agli scienziati di eseguire degli scavi a Ekaterinburg per ritrovare i resti della famiglia imperiale. Furono individuati nove scheletri. In base alle caratteristiche antropometriche si concluse che fossero 4 maschi e 5 femmine. Lo studio del DNA mitocondriale, trasmesso solo per via materna, permise di definire che nel sito erano stati ritrovati i resti dello zar, della zarina e di tre granduchesse, mentre gli altri scheletri appartenevano ai servitori della famiglia imperiale. Insomma all'appello mancavano lo zarevic e una granduchessa, presumibilmente Anastasia.
Era allora possibile che Anna Anderson non fosse altri che la granduchessa Anastasia? Lo studio del DNA mitocondriale estratto dall'intestino della Anderson ha permesso di escludere una sua discendenza dalla famiglia imperiale russa.
Ciò nondimeno, la storia della bella Anastasia scampata alla violenza dei Bolsevichi ha alimentato la fantasia di scrittori e autori cinematografici.
Per chi volesse approfondire l'aspetto scientifico, può trovare informazioni qui.

mercoledì 20 gennaio 2010

NERAINTERVISTA - Valeria Montaldi e il Noir

Dopo un po' di tempo, riprendo l'iniziativa di intervistare gli Autori di romanzi storici o noir sul loro rapporto con la scrittura e la letteratura cosiddetta di "genere". In questa occasione, ha gentilmente risposto alle domande la scrittrice Valeria Montaldi. Nata a Milano, dopo gli studi classici ha conseguito la laurea in Storia della Critica d'Arte. Ha svolto per vent'anni la professione di giornalista. Nel 2001 ha pubblicato il suo primo romanzo, "Il Mercante di Lana", subito premiato da un grande successo di pubblico. Da allora sono seguiti "Il Signore del Falco" e "Il Monaco Inglese" e, nel 2008, "Il Manoscritto dell'Imperatore".

Tutti i romanzi sono ambientati nel XIII secolo e hanno come protagonista un giovane religioso di origine inglese, frate Matthew. Le vicende storiche e umane si snodano lungo le strade della Milano comunale, toccano le valli della Val d'Aosta, i boschi del contado lombardo e la Marca Trevigiana e ci restituiscono un affresco di grande fascino e potenza evocativa.


1. I tuoi romanzi sono ambientati nel XIII secolo, periodo storico inquieto, in un’epoca di conflitto tra Papato e Impero. Perché questa scelta?

La scelta del periodo è dettata dalla consapevolezza che inquietudini e conflitti (anche fra potere politico e potere religioso) sono, purtroppo, ancora attuali: la differenza, per fortuna, è data dalla minore violenza fisica (anche se su quella verbale ci sarebbe molto da dire...)

2. Il protagonista della saga è un religioso, frate Matthew, che nel corso delle vicende sembra raggiungere una dimensione umana più concreta, una maturazione piuttosto sofferta. Cosa rappresenta per te questo personaggio e perché la scelta di un religioso di origine inglese?

Ogni essere umano soffre per crescere, perché non dunque un monaco? Ogni scrittore riporta una parte di sè nelle sue storie, e forse Matthew è -senza che io me ne renda conto- il mio alter ego: in lui trasferisco i miei di dubbi, le mie di incertezze, la mia fatica di vivere. Matthew è inglese come avrebbe potuto essere italiano o francese, perché il tormento delle anime attente è universale.

3. Hai mai pensato di abbandonare il Medioevo e la saga di frate Matthew, anche temporaneamente, per un romanzo di ambientazione contemporanea?

Sì, non solo ci ho pensato, ma ho qualcosa di appena abbozzato, già pronto nel cassetto: non è ancora il tempo, però, di farlo conoscere agli altri, si vedrà più avanti...

4. Esiste un particolare momento della giornata o un particolare “stato dell’anima” che favorisce la tua scrittura?
No, dipende dai giorni, dallo stato della creatività: quello che posso dire è che sono molto autodisciplinata e cerco di scrivere con continuità.

5. Che cos’è il Noir per Valeria Montaldi?

Il noir è qualunque storia costruita sul dramma e sulla miseria umana, anche senza possibilità di redenzione: credo che, purtroppo, quello della redenzione sia spesso un concetto illusorio, astratto quanto basta a farci sentire tutti assolti.

Grazie a Valeria per aver risposto alle domande. Per chi volesse approfondire sul sito http://www.valeriamontaldi.it/ è possibile leggere un estratto del suo ultimo romanzo, Il manoscritto dell'Imperatore, e dialogare con l'Autrice nell'apposito forum.

giovedì 14 gennaio 2010

FiLmNoIr- La doppia ora


La doppia ora” segna l’esordio sul grande schermo del regista Giuseppe Capotondi, classe 1968, già noto come regista di videoclip musical.
Il film, considerato una delle rivelazione della 66a mostra del cinema di Venezia, è un’opera sospesa tra il noir e il melodramma. Sonia e Guido si conoscono durante uno speed date, ovvero uno di quegli incontri lampo tanto in voga in alcuni locali delle nostre metropoli. Tra i due nasce una fulminea e torbida passione. Entrambi hanno un passato da dimenticare. Sonia lavora come donna delle pulizie in un albergo, viene da Lubiana, è orfana di madre e ha un padre italiano che l’ha cancellata dalla propria vita. Guido, ex poliziotto, si guadagna da vivere come guardiano in una splendida villa. Durante un week-end romantico nella lussuosa dimora, gli incauti innamorati vengono aggrediti da un gruppo di rapinatori. I malviventi tentano di violentare Sonia. Giudo interviene per difenderla. Parte un colpo. Guido muore, mentre Sonia rimane solo leggermente ferita.
L’accaduto lascia una ferita profonda nella giovane donna, che precipita in una sorta di oblio nel quale la realtà si confonde con strane visioni. Nel frattempo, un poliziotto ex collega di Guido comincia a indagare e scopre che Sonia ha un passato oscuro e che forse quella che poteva sembrare un’infausta coincidenza non è un avvenimento casuale. Sonia, da vittima, diventa la principale sospettata.
Il film corre veloce, con ritmo serrato e sorprendenti ribaltamenti e cambi di prospettiva. I due protagonisti, Ksenia Rappoport e Filippo Timi, incarnano splendidamente l’archetipo di due anime e due corpi piombati dal cielo sulla terra, destinati a trovarsi con un impeto muto e carnale. Suggestiva l’atmosfera onirica e il tema del doppio. La doppia ora è forse intesa anche come una seconda scelta, una nuova possibilità che, tuttavia, non viene colta dai protagonisti. Quando il turbinio allucinatorio degli eventi si coagula in una cruda realtà, Guido rimane immobile a osservare, mentre Sonia appare incapace di spezzare il sigillo del suo peccato originale. Cambiare forse è possibile, ma non è per tutti.
A differenza di tanti epiloghi improntati al buonismo, qui c’è un fugace pentimento, o forse solo esitazione. Ma, come in ogni noir che si rispetti, non c’è redenzione.
Ecco una preview

lunedì 11 gennaio 2010

IL CORPO E IL SANGUE DI EYMERICH



Durante il corso di Genetica, primo anno della Facoltà di Medicina, un professore illuminato, prima di spiegarci i geni coinvolti nella morfogenesi (cioè nello sviluppo del corpo), ci mostrò alcune tavole del pittore fiammingo Hieronymus Bosch. In una delle riproduzioni, Il carro di fieno, emergevano figure di uomini-mostri cioè creature ibride con il corpo umano e la testa animale. Ecco, i geni regolatori della morfogenesi consentono che ogni individuo di ogni specie acquisisca un preciso fenotipo, ovvero un preciso aspetto, invece di erronei assemblaggi, come nel caso degli uomini-mostro di Bosch.
Nelle opere di Valerio Evangelisti, e in particolare nel romanzo “Il corpo e il sangue di Eymerich”, l’ordine risulta sovvertito e l’umanità appare segnata, nel corpo e nel sangue appunto, come da un incacellabile peccato orginale.
Evangelisti appartiente alla corrente del New Weird, movimento che propone il superamento dei confini dei diversi generi letterari: horror, romanzo storico, noir, fantascienza, fantasy. Per cui nei suoi romanzi troviamo elementi di tutti questi generi, tra loro variamente intrecciati in un complesso quanto affascinante incastro fabulatorio. La vicenda, nel caso specifico de “Il corpo e il sangue di Eymerich”, si svolge su diversi piani paralleli. Nel XIV secolo, a Castres, in una Francia dilaniata dalla guerra dei Cent’anni, Nicolas Eymerich (personaggio storicamente esistito), inquisitore generale del Regno d’Aragona, viene convocato per indagare su una serie di strani fatti di sangue. Uomini e donne vengono trovati morti, dissanguati, nelle campagne. Forse è opera dei masc, una sorta di vampiri locali. Il puzzo di zolfo è forte e i potenti feudatari del luogo, i Montfort, sono sospettati di eresia. Eymerich è scostante, disprezza gli uomini e in generale l’imperfezione fisica e morale. Per perseguire la sua idea di giustizia, non esista ad accendere roghi purificatori. Parallelamente si svolgono le vicende ambientate in un passato prossimo (anni ’50) e in un presente distopico, fino all’inevitabile e direi diabolica confluenza dei diversi piani narrativi. A fronte della sua complessità strutturale, delle numerose citazioni e dei colti riferimenti storici, il romanzo si svolge senza nodi e contorsioni. Il lettore resta avvinto alla pagina, immerso e nello stesso tempo catapultato nelle diverse epoche. Una prova letteraria che, data alle stampe nel 1996, mantiente intatta la sua orginalità anche a distanza di più di un decennio. Da sottolineare, infine, l’epilogo del romanzo, splendido tributo a Edgar Allan Poe, praticamente un’abile trasmutazione letteraria del racconto “La maschera della morte rossa”.